Il 3 Luglio sono tornato dall’impervio monastero di Treskavec, nelle montagne dietro Prilep, dopo un hike di due giorni. Ecco qui di seguito i miei commenti sulla straordinaria esperienza.
Sono riuscito a spendere due giorni bellissimi al Monastero di Treskavec, da cui sono appena tornato.
Ieri mattina, dopo una robusta colazione e un ultimo tentativo – vano – di chiedere all’oste se sapesse dove e quale fosse il sentiero migliore, mi sono diretto fuori citta’, passando gli impianti di lavorazione del tobacco (una delle principali risorsi dell’economia macedone), e raggiungendo il cimitero cittadino, posto circa 5/6 km fuori Prilep.
Incamminatomi oltre il cimitero, sono riuscito a imboccare il sentiero giusto, parallelo alla salita sterrata usata da alcuni trattori. Anche se mi ero organizzato lasciando una borsa di roba inutile alla pensione dove avevo dormito, la salita e’ stata davvero faticosa, e non soltanto perche’ minacciava di piovere ed io volevo sbrigarmi a raggiungere il Monastero prima che il sentiero diventasse una pericolosa cascata, ma anche perche’ la salita era molto piu’ ripida di quanto mi fossi aspettato. Ad un bivio, dopo circa un’ora di marcia, ho chiesto indicazioni per il monastero a due contadini che caricavano delle assi su un trattore, e che mi hanno indicato la strada da seguire: purtroppo non mi sono stati di grande aiuto… Il sentiero da loro indicato si e’ infatti perso in mezzo a un campo roccioso in salita, senza che ci fosse alcun segnale di riferimento…
Dopo circa un’altra ora di salita, e temendo di essermi perso, ho incrociato inaspettatamente un vecchio fuoristrada FIAT che stava andando proprio a Treskavec per portare dei rifornimenti. Nella rimanente mezz’ora di salita a bordo del veicolo ho notato con sollievo che mi era stato offerto un grande aiuto, visto che la pendenza era aumentata ancora di piu’, senza che ci fosse alcuna traccia di indicazioni…

The Monastery of Treskavec. Photo by Emanuele Scansani
Poi d’improvviso, ecco che si incominciavano a vedere, sempre piu’ vicine, le mura del Monastero, costruito sopra uno zoccolone di roccia appena sotto la vetta del monte Zlatov. Appena arrivato sono stato subito accolto con grande curiosita’ ed interesse da una monaca, Madre Paraskeva, che stava ripartendo per tornare a valle, e che mi ha raccomandato di andare a visitare il suo Monastero sul Lago di Okhrid. Ho poi incontrato Padre Kalist, l’unico monaco di 35 anni – che parla inglese perfettamente – che che vive a Treskavec e che lo dirige con grande entusiasmo e accoglienza. Quasi inscritto in un codice di ospitalita’ tradizionale macedone, o forse in sintonia con le abitudini del monastero, Kalist mi ha immediatamente assegnato una camera per la notte, ancor prima che potessi chiedere se fosse possibile restare la notte (peraltro le mie intenzioni erano evidenti, visto il mio zaino).La parole possono solo difficilmente restituire il senso di bellezza del posto, e lascero’ che siano anche le mie fotografie a parlare. Se avete visto il capolavoro macedone “Prima della Pioggia”, di Milcho Manchevski, la Chiesa che si vede nel film, dove i monaci pregano, e’ esattamente quella del monastero (Sveta Bogorodica). Le vecchie mura, alte ma rinnovate dopo una serie di incendi che hanno rovinato il complesso, racchiudono un cortile in pendenza al cui centro si erge la piccola ma straordinaria chiesa di Sveta Bogorodica (=Madre di Dio). Attorno le balconate di legno con le celle e le camere per i pellegrini.
Dopo essermi rilassato un attimo ho esplorato i dintorni del monastero, facendo alcune foto dall’alto e rischiando di farmi mordere da una vipera. Ho incontrato anche alcuni pellegrini che erano ospiti, in prevalenza giovani, quasi tutti macedoni, anche se un paio erano serbi (tutti seminaristi o studenti/studiosi di teologia). Mi sono dunque aggregato a loro e a Kalist per una visita storica della Chiesa. Kalist mi ha chiesto di portare pazienza con la lingua perche’, anche se avrebbe parlato in macedone, dopo avrebbe provveduto a portarmi in giro raccontami la storia del monastero in inglese. Tuttavia durante la visita ho conosciuto un po’ gli altri, e tra i pochi che parlavano inglese c’erano Goze, professore di teologia a Skopje (un paio dei ragazzi presenti a Treskavec erano suoi studenti) e oggi editore di pubblicazioni sulla storia e la teologia della Chiesa Macedone, e Branko, uno studente di teologia di 20 anni.

The Church of Sveti Bogorodica. Photo of Emanuele Scansani
La Chiesa (del XIII secolo, ma costruita su una basilica precedente) e’ bellissima anche se e’ in condizioni terribili: la navata principale ha crepe enormi, parti del pavimento sono sconnesse, e molti degli innumerevoli affreschi che ricoprono completamente l’interno della Chiesa sono rovinati o stanno saltando via (in diversi momenti storici i monaci hanno tentato di riaffrescare per riportare in vita il colore). Pensate che nel 2006 il World Heritage Fund ha inserito Treskavec nella lista dei piu’ bei 100 siti storico-religiosi a rischio di distruzione. Siccome la Chiesa (Sv. Bogorodica) e’ dedicata alla Madonna, sono innumerevoli gli affreschi che la ritraggono mentre tiene Gesu’ Cristo in braccio. Affreschi di una bellezza incredibile, sia sulle pareti che sulle volte, e in grado di accompagnarti per lunghe ore nella riflessione piu’ profonda. Sono tornato anche in seguito nella Chiesa, da solo, appunto per soffermarmi meglio sugli affreschi. Esternamente la Chiesa e’ in stile bizantino con elementi tipici delle Chiese armene (con mattoncini rossastri messi di traverso uno di fianco all’altro) e, pare da una acuta osservazione di Goce, forse affrescata anche esternamente.
Il monastero ai tempi d’oro ospitava una cifra compresa tra 300 e 700 monaci. Nel XVI secolo avvenne un eccidio di monaci da parte dei turchi che segna anche oggi la memoria storica del Monastero, con i suoi riti e le sue leggende. (NB: la storia che segue non la troverete neppure sulla sola guida che esiste per la Macedonia) La moglie dell’allora Sultano ottomano, Mara, una bellissima donna macedone, era talmente bella che le venne concesso dal marito di mantenere la sua fede ortodossa. Durante un suo viaggio in Macedonia, per visitare la sua terra natia dopo molti anni, si reco’ al monastero con il suo esercito di scorta, e chiese all’Abate (Egumenos – in macedone e, suppongo, greco) di darle la comunione. Quando l’abate rifiuto’, lei chiese al suo esercito di sterminare tutti i monaci tranne l’Abate, che dovette assistere in piedi al loro martirio. Da allora, per circa trecento anni, il monastero e’ stato disabitato e la triste vicenda provoco’ lo spopolamento dell’intera area attorno alla montagna, e che venne ribattezzata Mariovo.

A detail of the gate of the Monastery, with the entrance of the Church visible inside.
Dopo la visita della Chiesa sono stato invitato a pranzare con il gruppo, e se vi dicessi che sembrava l’ultima cena rischierei di passare per blasfemo. Una signora che era li’ da un paio di settimane aveva infatti preparato una tavola imbandita di cibi tipici macedoni cucinati con passione per tutti. Prima di pranzo Kalist ci aveva anche mostrato la sua ricca cantina e aveva preso una bottiglia di vino e una di rakija. Trovo meravigliosa la passione di molti monaci e sacerdoti per il vino e i pasti in comunione – anche fuori dal momento prettamente liturgico. Alcune delle pietanze sulla tavola erano lontane da me, e non mi sono attentato molto ad alzarmi per raggiungerle per timore di sembrare avido. Ho comunque assaggiato alcuni saporitissimi peperoni verdi macedoni, grigliati e poi messi sotto’olio e spezie e che si mangiano frequentemente freddi (di solito pero’ si tende a usare quelli rossi), e alcuni tranci di pesce fritto, oltre a due salse a base di aglio che formavano l’accompagnamento ideale per il pesce (anche se il sapore era immancabilmente forte).
Dopo pranzo (che sarebbe meglio chiamare cena visto che e’ finito alle 5), svoltosi in un clima rilassato e non liturgico (al Monte Athos sara’ sicuramente diverso), mi sono fermato a finire la bottiglia di vino con Goze, con cui ho avuto modo di parlare a fondo di problemi storici, teologici e politici, facendo anche una camminata sui pendii dietro al monastero, sovrastati da una possente struttura rocciosa che sembra un leone seduto, e che si affacciano cosi’ prepotentemente sulla piana desolata di Mariovo. Non essendoci in programma funzioni, dopo la chiacchierata con Goze, ho speso la serata sulla terrazza a parlare con Branko e un altro ragazzino di 14 anni che studia in seminario per diventare prete (mai vista una cosa simile). Branko era molto interessato al mio viaggio e alla mia curiosita’ per la Macedonia, e oggi, quando sono ripartito, si e’ offerto di spiegarmi alcuni dubbi che mi erano rimasti sulla storia della Chiesa , e prima che io partissi con il mio pesante zaino, si e’ persino offerto, in un gesto di devozione orientaleggiante di altri tempi, di andare a riempirmi la bottiglia d’acqua. Grande Branko.

The Monastery from a rock above, enfolded by clouds and dominated by a lion-resembling peak. Photo of Emanuele Scansani
La notte e’ stata tranquilla e il sonno ristoratore, e la discesa – con un bel sole caldo e un cielo azzurro chiaro – naturalmente meno faticosa. Bellissimo lo spettacolo delle pianure attorno a Prilep e ai piedi della montagna. Mi sono fermato a pranzare su una roccia facendomi un autoscatto, e ho anche incontrato una tartaruga che attraversava la strada, e con cui ho giocato per circa 10 minuti.
Vista la stanchezza della discesa, e la tristezza di lasciare questo paese bellissimo e dimenticato dal mondo “sviluppato”, ho deciso di posticipare a domani il raggiungimento del confine con la Grecia. Spero di riuscire a raggiungere Salun (nome usato dai Macedoni per indicare Salonicco) nel tardo pomeriggio di domani. Tra l’altro, per stasera ho in programma una bevuta con Goze, che e’ sceso dal monastero stamattina.
Credo sempre piu’ che la Macedonia debba chiamarsi con un nome diverso dal ridicolo “FYROM” (Former Yugoslavian Republic of Macedonia – nome preteso tuttora dalla Grecia nonostante molti paesi, inclusi gli Stati Uniti, riconosco la Macedonia come “Repubblica di Macedonia”), anche se e’ lecito da parte di Atene esigere l’adozione di un aggettivo che qualifichi il nome “Macedonia” (es. “Macedonia del Nord”).
Comunque penso sia una disputa sfruttata da politici populisti (tanto greci quanto macedoni) per cercare consenso elettorale su tematiche identitarie. Chi conosce la storia dei Balcani sa’ pero’ che stuzzicare i nazionalismi puo’ essere molto pericoloso in questa regione. Io per ora non ho ancora trovato nessuno che dimostrasse odio o risentimento verso i greci (a parte Stojan, veterano del VMRO e il cui risentimento era indirizzato comunque verso la pulizia etnica effettuata da Metaxas negli anni ’40). La polemica tra Grecia e Macedonia e’, credo, inutile.
A presto,
e.